Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "L'aiuto al suicidio". La rubrica di Rino Negrogno

Anche quando tentiamo di riportare in vita uno che si è lanciato dal balcone, mentre pratico con tutto l’impegno necessario le manovre rianimatorie, mi chiedo continuamente se sia giusto farlo.

Attualità
Trani venerdì 27 settembre 2019
di La Redazione
Marco Cappato in Tribunale
Marco Cappato in Tribunale © Tranilive.it

“Non punibile, a determinate condizioni, chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio”, così recita la sentenza della Corte Costituzionale.

Da quando lavoro come infermiere, sia nel 118 che, precedentemente, in vari reparti ospedalieri, diverse volte mi sono sentito chiedere: “Fammi un’iniezione per morire”. Di solito rispondo che il mio compito è quello di salvare le vite e non di toglierle. Ma quando la qualità della vita è irrimediabilmente compromessa, non rispondo, mi volto dall’altra parte, fingo di non ascoltare. Mi spavento.

C’è un particolare che mi colpisce: la maggior parte dei miei amici e conoscenti gioisce per questa storica sentenza. Ed è giusto. La maggior parte dei miei amici e conoscenti non ha mai stretto la mano a un moribondo o lo ha fatto pochissime volte, ma non è questo il particolare che mi colpisce, questa è solo una tenerezza. Mi colpisce il fatto che nella maggior parte dei casi, quando giungo al capezzale di un moribondo o che sia ormai già esanime, in arresto cardiaco, ovviamente non nei casi in cui questo sia avvenuto improvvisamene e in apparente buona salute, ma in seguito a una lunga e incurabile malattia, nella maggior parte dei casi, i famigliari implorano, anzi pretendono, che tentiamo il tutto per tutto per rianimare il paziente e riportarlo in vita.

La contraddizione mi colpisce non poco. La maggior parte dei miei amici e conoscenti afferma di essere padrone esclusivo e indiscusso della propria vita. Salvo minacciarmi di morte se non riesco a far ripartire il cuore del bisnonno di 98 anni o del padre ammalato di tumore con metastasi diffuse in tutto il corpo e che aveva sofferto dolori lancinanti che non si riducevano nemmeno con la morfina, fino a qualche istante prima. Ecco cosa mi chiedo: di chi sia quella vita, mi chiedo se non sia di proprietà esclusiva del malato, anzi del morto.

Anche quando tentiamo di riportare in vita uno che si è lanciato dal balcone, mentre pratico con tutto l’impegno necessario le manovre rianimatorie, mi chiedo continuamente se sia giusto farlo.

È lapalissiano che il vero proprietario della vita sia il possessore stesso e spetti a lui decidere, e saprà decidere anche se sopportare dolori lancinanti o condizioni che lo rendono al pari di un vegetale per dividere quella sua terribile vita, la proprietà di questa, che dovrebbe essergli esclusiva, con i suoi egoisti famigliari.

La libertà di suicidarsi o di aiutare un malato a suicidarsi deve fare i conti con questa contraddizione che, ve lo garantisco, incontro tutte le volte che un padre, una madre o un figlio vuole morire. “Dovete fare il possibile per riportarlo in vita” implorano gli astanti, “dovete portarlo in ospedale”, anche quando non vorrebbe venire, vorrebbe ormai arrembato morire nel suo letto.

Non fraintendetemi, non è una posizione questa mia, non mi permetterei mai di averne una con tutta questa spocchia, è che ne vedo così tanti in condizioni disperate, che mi spaventa pensarci, la mia è solo paura, e poi mi colpisce profondamente questa contraddizione: quasi tutti i miei amici e conoscenti sono per il diritto al suicidio, senza ombra di dubbio, ma ogni volta che giungo al capezzale dei loro cari, pretendono quasi sempre di riportare in vita il bisnonno morto a 98 anni o il padre morto di tumore con metastasi diffuse in tutto il corpo.

Ma li comprendo e li comprenderei anche quando dovessero contraddirsi. Come succede a me.


Alveare 2017

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Alveare 2018

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Alveare 2019

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I commenti degli utenti
  • Franco ha scritto il 29 settembre 2019 alle 19:18 :

    Infatti su questo tema ci sono molte domande, gli unici che sembrano avere risposte chiare sono quelli come Cappato. Rispondi a Franco