Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "La capocciata". La rubrica di Rino Negrogno

Sono terrorizzato perché ho un figlio di 11 anni che già pretende di uscire solo il sabato sera perché i suoi amici già lo fanno. Ma io resisto, sono un temerario, sebbene mi chieda fino a quando potrò resistere

Attualità
Trani mercoledì 05 giugno 2019
di La Redazione
La capocciata
La capocciata © web

Ho letto la notizia del giovane aggredito con una testata che gli ha procurato un trauma cranico e la frattura delle ossa nasali dopo aver rimproverato dei ragazzi che, a suo dire erano forse ubriachi, stavano danneggiando gli specchietti delle autovetture parcheggiate con dei calci. Quando ha rimproverato i ragazzi per il loro comportamento, in tutta risposta, dopo l’aforisma “tu non sai chi sono io” ha ricevuto la capocciata sul naso. Sono terrorizzato perché ho un figlio di 11 anni che già pretende di uscire solo il sabato sera perché i suoi amici già lo fanno. Ma io resisto, sono un temerario, sebbene mi chieda fino a quando potrò resistere, e non vi nego che un po’ mi sento come Hiroo Onoda nella giungla delle Filippine, mentre ignoro che gli altri genitori hanno già firmato la resa da un pezzo.

È inutile però dire che i giovani di oggi sono tutti dei maleducati, senza regole e senza valori, e che noi eravamo migliori, tutti avveduti e condotti da buoni sentimenti. Ricordo ancora quando, all’età di 18 anni, un tale mi si avvicinò in via Roma (diventerà in seguito via Aldo Moro) e mi chiese con tono perentorio che gli “offrissi” una sigaretta; al mio diniego, ricevetti un sonoro ceffone accompagnato dal solito “ma tu se c’ so iei?” (ma tu sai chi sono io?). Erano gli anni ottanta, all’angolo della piazza si tratteneva spesso un drogato che ciondolava all’unisono con il batacchio del campanile di san Rocco; ti chiedevano gli spiccioli per acquistare la “roba” e se non raggiungevano la somma utile, si rivolgevano a un bar al centro della via per acquistare un litro di vino con mille lire e si ubriacavano per poi infastidire gli altri.

Camminavamo (io no, non avevo l’auto, ho preso la patente molto tardi) con gli stereo sotto braccio perché non era infrequente ritrovare la propria autovettura con il finestrino fracassato e lo stereo rubato. Non dimenticherò mai di quell’estate quando i tranesi ce l’avevano con gli andriesi per questioni di partita di pallone e vi erano delle vere e proprie aggressioni nei loro confronti.

Dietro l’Upim, si fumava l’erba, si beveva e si vomitava, nelle aiuole della piazza le siringhe spuntavano tra i fiori; una volta ho persino visto un drogato raccoglierne una da terra per riutilizzarla. Ho visto morire tanti ragazzi negli anni ottanta, molti li conoscevo.

Davvero nessuno dei miei coetanei ha visto o ricorda tutto questo? Davvero i giovani di oggi sono tanto peggio di noi?

Non voglio comunque fare un’analisi sociologica, non ne sarei in grado, riconosco soltanto che questi problemi li abbiamo sempre avuti, dal boom economico in poi, prima ne avevamo altri. Voglio solo soffermarmi sulla mia paura, senza parlarvi dei ragazzi ubriachi e litigiosi che soccorro mentre lavoro. Soltanto ora capisco l’apprensione dei miei genitori quando tardavo cinque minuti rispetto all’orario da loro stabilito e inconfutabile, capisco che mio figlio non potrà mai comprenderlo come non lo comprendevo io.

Ma ora ho paura, perché ho un figlio, e anche a me, la gente in cui si imbatterà mio figlio quando uscirà la sera sembrerà peggiore di quella che ho incontrato io, senza una ragione né un motivo, ma perché ho un metro di giudizio del tutto soggettivo, che è mio figlio stesso, e non riuscirò mai a comprendere, avrò solo e sempre paura. È scontato che vorrei una città più sicura, più controllata, che punisca chi commette un’infrazione e allo stesso tempo promuova la cultura, l’aggregazione sana, il buon esempio, la solidarietà. Mi rendo conto di quanto sia complesso e di quanto sia banale affermarlo. Ma noi lo diamo il buon esempio?

È solo uno sfogo, lo sfogo di un genitore terrorizzato che cerca di resistere nascosto nella giungla.

Poi ne possiamo discutere

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