Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "Un caffè per la vita". La rubrica di Rino Negrogno

È particolarmente gustoso questo caffè, a parte l’abilità del barista, assaporato insieme a un signore che, l’ultima volta, ho visto disteso sopra una barella, quando dovevo alternare uno sguardo sereno

Attualità
Trani giovedì 19 settembre 2019
di La Redazione
Rino Negrogno, in una versione tra Marx e San Pietro
Rino Negrogno, in una versione tra Marx e San Pietro © Tranilive.it

Un caffè per la vita

Mentre bevo il caffè al bar, un signore mi dice: «Posso avere il piacere di offrirle il caffè» e mi scruta per capire, dalla mia reazione, se comprendo il motivo di questa offerta. Lo guardo, mi ricordo del suo volto, ma non ricordo perché, né dove né quando. Mi dispiacerebbe se il cordiale signore dovesse avvedersi della mia smemorataggine, concentro quindi l’espressione del mio volto sulla certezza di averlo visto da qualche parte.

Che poi, dove posso averlo visto se non in ambulanza o alla presentazione di un mio libro, penso tra me e me, ma lui interrompe queste mie congetture: «Non si ricorda di me, vero?» dice sorridendo.

È inutile negare, meglio affrontare la realtà, quandanche umiliante. «No, non mi ricordo di lei – ammetto impacciato – però – aggiungo – ricordo il suo volto, non ricordo dove l’ho vista, ma mi ricordo di lei, certamente». «Lei mi ha salvato la vita!» risponde sopraffatto.

Ecco, ora ricordo dove l’ho visto, era disteso sulla barella mentre inserivo l’ago in vena, «non guardi altrimenti si impressiona» e aveva quindi preso a guardarmi la barba. Ad alcuni non piace la barba, a molti altri, invece, infonde sicurezza; quando ero più giovane per tante persone in pericolo di vita ero Gesù, ora sono Padre Pio.

Ci sono anche quelli che si terrorizzano scambiandomi per San Pietro. Per chi sta bene sono Marx.

Ora ricordo, ma non del tutto: da quale sciagura ho salvato la sua vita? Penso tra me e me, e faccio uno sforzo sovrumano per ricordare almeno questo particolare, ma nulla. Ricordo solo il suo volto sofferente che mi osserva dal basso verso l’alto, mentre l’ambulanza corre a sirene spiegate.

Me lo ricorda lui: un infarto.

È particolarmente gustoso questo caffè, a parte l’abilità del barista, assaporato insieme a un signore che, l’ultima volta, ho visto disteso sopra una barella, quando dovevo alternare uno sguardo sereno, mentre incrociavo il suo, a uno indagatore, mentre osservavo l’elettrocardiogramma sul monitor.

«Pago io per il signore» esclama verso il banconiere, quasi imbarazzato, per così poco, senza rendersi conto della gioia che invece mi sta donando.


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