Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "Chi sono io per giudicare?" . La rubrica di Rino Negrogno

Mia nonna si sentiva abbandonata da quell’unico figlio maschio. Un po’ come quando ci chiediamo come facciano, questi giovani africani, ad abbandonare le famiglie.

Attualità
Trani lunedì 01 ottobre 2018
di La Redazione
La foto scelta da Rino Negrogno. Piazza della Repubblica, Trani com'era
La foto scelta da Rino Negrogno. Piazza della Repubblica, Trani com'era © Rino Negrogno

Guardatela Trani com’era alla fine degli anni 50. Le querce smilze ma con la chioma più folta, le palme a sinistra, non superano il primo piano, circondate dai fiori, la Fiat Seicento, le botteghe al posto del palazzone, prima dell’Upim e poi dell’Ovs. Osservate l’eleganza dei ragazzi, il secondo da destra è mio padre, mi piacerebbe tanto sapere chi siano gli altri. A destra, dietro gli alberi, si intravede la struttura che ospita un bar; il cartello pubblicitario dietro l’ultimo ragazzo a sinistra, sembra riguardi Gusmai Mobili. Dovrebbe trattarsi di una domenica mattina, autunnale, ottobrina, o forse un sabato, perché non penso che le botteghe restassero aperte di domenica.

Sarà il bianco e nero, saranno le palme che non sovrastano la piazza, sarà anche il fatto che tra i ragazzi c’è mio padre, ma quando ho visto questa foto, mi è parsa meravigliosa Trani e ho desiderato condividerla con voi. I giovani che si ornavano al dì di festa, dopo aver studiato e lavorato, come faceva mio padre, per potersi mantenere gli studi e avere due soldi in tasca la domenica. Altri andavano via, al nord, per cercare qualcosa di meglio, come aveva fatto mio zio.

Mia nonna si sentiva abbandonata da quell’unico figlio maschio. Un po’ come quando ci chiediamo come facciano, questi giovani africani, ad abbandonare le famiglie.

Ma chi sono io per giudicare mio zio?

Alcuni giorni fa, c’era una donna anziana in fin di vita accudita solo da una badante straniera, abbiamo chiamato i figli che vivono al nord per lavoro, ma l’anziana ha cercato di opporsi, non si sentiva abbandonata, chiedeva di non disturbare i figli, perché loro hanno bisogno di lavorare. In un primo momento ho biasimato quei figli, ma poi mi sono chiesto chi fossi io per giudicare, io che ho la fortuna di avere un lavoro nella mia città. E ho cambiato idea.

Mi ricordo di mio zio, quando mia nonna si è ammalata di tumore, ogni venerdì prendeva il treno da Milano, tornava a Trani e ripartiva la domenica sera, arrivando giusto in tempo per andare a lavorare. Lo ha fatto per diversi mesi. Un giorno lo hanno chiamato in settimana perché mia nonna si era aggravata. Ha preso il primo treno, contro il parere dei suoi dirigenti, ma anche della famiglia, rischiava di perdere quel lavoro così importante. Non se n’è preoccupato. Mia nonna è morta quando lui è arrivato, ha potuto così usufruire del congedo per lutto e non essere licenziato. Chi eravamo noi per giudicare quella scelta sconsiderata? Anch’io la avevo ritenuta tale, ma poi avevo cambiato idea.

Quante volte mi succede di cambiare idea se provo a immedesimarmi in chi vive il problema sulla sua pelle.

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