Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "Gli zingari mettono sempre d'accordo tutti". La rubrica di Rino Negrogno

Il razzismo è un enzima che fa parte di una cascata enzimatica irreversibile, non lo puoi bloccare, non scorre nelle nostre vene dalla nascita, è attivato da fattori ambientali, familiari;

Attualità
Trani mercoledì 20 giugno 2018
di La Redazione
Un campo rom
Un campo rom © n.c.

Tutto sommato siamo disumanamente egoisti; è una patologia congenita, inguaribile, che ci sforziamo di compensare o nascondere per non irritare il buon Dio, sulla cui propensione al ficcare il naso nelle faccende nostrane, ci è stata nostro malgrado inculcata convinzione sin dall’infanzia, sebbene invecchiando ne abbiamo preso quasi sempre e consapevolmente le distanze. Così quando i disperati approdano o tentano di approdare nei nostri porti, la preoccupazione non è la loro sofferenza, ma le organizzazioni che possano eventualmente lucrare su di essa. Opponendoci allo sbarco abbiamo contrastato il malaffare e nulla importa se quei disgraziati non abbiano risolto il loro problema, andranno lontano, lontano dai nostri occhi e, di conseguenza, dal nostro cuore.

Il razzismo è un enzima che fa parte di una cascata enzimatica irreversibile, non lo puoi bloccare, non scorre nelle nostre vene dalla nascita, è attivato da fattori ambientali, familiari; tutt’al più puoi mascherarlo, dire di non essere razzista ma… ma alla fine, prima o poi, vien fuori. Se proprio sei un irriducibile, resisti con tutte le tue forze, cerchi di non pensare nemmeno al vicino di casa ignorante e buzzurro che ti farebbe redigere un manifesto della razza al giorno e affiggerlo sulla porta dell’ascensore, basta, per tirarlo definitivamente fuori, parlare degli zingari.

Gli zingari, sono peggio degli ebrei in questa pregevole capacità, sì perché, mentre gli ebrei hanno gli antisemiti e i sionisti, i filo israeliani e i filo palestinesi, hanno i film di Benigni sulla shoah, gli zingari, sebbene siano stati anche loro deportati e trucidati, non hanno nulla di tutto ciò.

Gli zingari mettono d’accordo tutti.

Non hanno filo zingari e filo meloni, non hanno una striscia di Gaza e nemmeno la vogliono. Gli zingari hanno i bambini che costringono a elemosinare ai crocevia e davanti alle vetrine tra bestemmie e un particolare inquinamento atmosferico che attecchisce solo su di loro; hanno gli uomini che bivaccano ubriachi sulle panchine della piazza mentre aspettano il bottino per comperare altro vino.

Al crepuscolo tornano nei loro accampamenti, ridendo, i bambini giocando, le mogli rimbrottano i mariti ubriachi; potrei sbagliarmi ma, tutto sommato, mi sembrano felici.

Ma non è questo il punto. Come per i migranti, che ci preoccupano non tanto per la loro fame ma per le organizzazioni farabutte che vi lucrano, così, gli zingari, ci preoccupano, non tanto perché sono zingari, ma per i bambini. Che tenerezza che mi fate e mi faccio.

Il razzista si è evoluto, ha sviluppato una capacità sorprendente per giustificare la sua inquietudine, non è più razzismo, è apprensione per una o un’altra questione che si intreccia con quella del malcapitato, ma è autonoma e talmente toccante da diventare preminente.

Il razzista si preoccupa dei bambini degli zingari che, anziché frequentare la scuola - quella stessa scuola dove (l’ho visto con i miei occhi) quando invece le madri zingare, con la collaborazione dei servizi sociali, li hanno iscritti, alcuni genitori hanno ritirato i loro - se ne stanno sporchi per strada a chiedere l’elemosina; il razzista se ne preoccupa così tanto dal voler risolvere il problema, prima censendoli e poi cacciandoli, perché il razzista evoluto è convinto che, come per i migranti, lontano dagli occhi, lontano dal cuore e che, lontano, invece, andranno a scuola con un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza d'albero e un cappellino di midolla di pane.

Di buon mattino gli zingari tornano ai crocevia e davanti alle vetrine, ridendo e scherzando. Una bambina mi guarda e mi sorride, vorrei anch’io che vivesse come una principessa e avesse una stanza piena di bambole e di eroi, ma non penso che cacciandola via erigerei per lei un castello.

Secondo me ride perché lo sa anche lei: gli zingari mettono sempre d’accordo tutti.

Alveare 2017

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Alveare 2018

1 Il problema etico di Giuseppe Tarantini - 2 Il Pronto Soccorso - 3 Il corte di Acca Larentia - 4 La razza del mio cane - 5 Alfredo Albanese - 6 Quale giorno della memoria? - 7 Sai già a chi votare? - 8 Caro Michele - 9 Sanremo senza Facebook - 10 Una campagna elettorale monotona - 11 Cara, brumosa, desolata periferia - 12 La favola di Sfortunina - 13 Gli occhi di Marilena - 14 Il furto al centro trasfusionale - 15 Attaccatevi al tram - 16 Nicola, novantasei anni. Colto da malore - 17 La stiratrice Isoardi - 18 Violenza contro anziani e lavoro sottopagato delle badanti - 19 Così festeggiate la Liberazione? - 20 Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono - 21 Don Dino, il sacerdote di quartiere - 22 L'arrivo di Emiliano - 23 Un vaccino per la solidarietà - 24 L'uomo nudo con le mani in tasca - 25 Doppio senso di marcia sul lungomare - 26 Ma siamo uomini o caporali? - 27 Cronaca di una serata di anormalità - 28 Il passaggio a livello è chiuso

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