Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare. "La favola di Sfortunina". La rubrica di Rino Negrogno

Fino a quando insegneremo ai nostri figli delle favole sbagliate e li educheremo a dei ruoli sbagliati?

Attualità
Trani venerdì 02 marzo 2018
di Rino Negrogno
La favola di Sfortunina, di Rino Negrogno
La favola di Sfortunina, di Rino Negrogno © Tranilive.it

C’era una volta, tanto tempo fa, una ragazza che si chiamava Sfortunina; povera e senza genitori, viveva con una matrigna cattiva e delle sorelle dispettose e faceva sempre molto freddo. Il suo sogno più grande era sposare il principe erede al trono in modo da potersi finalmente sistemare. Quando era piccola, spesso sua madre la mandava in giro sola nel bosco per portare da mangiare alla nonna e, in più di un’occasione, era stata importunata da un uomo anziano che gli abitanti del luogo avevano soprannominato Lupo per il suo aspetto ricalcitrante, un tempo spasimante della nonna; questi, con l’inganno, l’aveva condotta in una casa abbandonata e aveva abusato di lei. Poi, per curare le sue psicosi e nevrosi conseguenti allo spiacevole episodio, l’avevano sottoposta a una cura del sonno che però non aveva sortito i suoi effetti perché interrotta improvvisamente dall’erede al trono che l’aveva risvegliata con un bacio dal potere confortante e risolutivo, ne erano persuasi anche i suoi parenti.

Da quel momento lei visse in un sontuoso palazzo, non aveva voce in capitolo, ma aveva centinaia di vestiti costosi e sfornava un figlio dopo l’altro perché non ne veniva fuori uno maschio che potesse diventare un giorno il nuovo erede al trono. Nacque al tredicesimo tentativo e lei ormai non era più bella come una volta, quando passeggiava per i boschi, ormai sformata dalle tante gravidanze, tanto che il principe l’avrebbe ripudiata o quantomeno riaddormentata; nel frattempo il regale aveva cominciato a corteggiare un’amica di sua figlia che, sebbene fosse minorenne, non disdegnava affatto le sue attenzioni, considerati i vantaggi cui avrebbe potuto godere; le avevano pur sempre insegnato, fin da piccola e come era accaduto anche a Sfortunina, che la massima aspirazione di una donna deve essere quella di maritarsi con un uomo che possa mantenerla ed essere servizievole con lui o diventarne l’amante; la sua stanzetta, infatti, era piena di favole che facevano al caso e andavano tutte in quella direzione.

Ma un giorno un taglialegna mostrò interesse per Sfortunina che ormai aveva assolto ai suoi compiti di moglie e madre, più nessuno la stimava, nemmeno sé stessa, passava ore ed ore a rileggere le solite favole, non c’erano ancora le televisioni, per capire dove avesse sbagliato; era caduta in un profondo stato di depressione, quando l’uomo, che aveva terminato di tagliare la legna e profumava di acacia, la osservò con inatteso trasporto. I due cominciarono a frequentarsi di nascosto dal re, lei si era messa a dieta, aveva cominciato a dimagrire e a correre nel bosco la mattina, evitando con cura di passare dal viale dove per mano del lupo aveva perduto la verginità che era un valore importante, quanto il vestito bianco delle spose e delle vergini sacrificali; sua nonna le raccontava che ai suoi vicini era andata anche peggio: un padre e la sua nuova compagna, dopo aver abusato dei figli, li avevano ceduti a una donna che aveva importato delle caramelle e dei dolci dal paese dei balocchi utilizzati per corrompere i bambini poco studiosi e li utilizzava per convincerne altri a lasciarsi mangiare; avevano subito compreso cosa si intendesse per lasciarsi mangiare, quella era una casa di appuntamento per vecchi balordi molto ricchi. Quando il principe scoprì il tradimento della sua sposa devota, sebbene non fosse più attratto da lei e non gli interessasse più nulla, si sentì oltraggiato, ferito, lo considerò una grave mancanza di rispetto verso ruoli prestabiliti fin dalle favole, se non dalla nascita, gli si annebbiò la vista, non capì più nulla e, per alcuni cortigiani, aveva persino ragione o, perlomeno, era comprensibile la sua rabbia, dopo averla mantenuta per tanti anni, dopo averle dato un tetto e concesso di avere tanti figli, lei, ingrata, così lo ripagava. In un impeto di ira uccise quasi tutte le figlie femmine, che sarebbero diventate certamente come la madre, e dopo averle inferto questa terribile sofferenza per la perdita dei figli, la uccise, ma solo per punirla perché era stata ingrata, mentre le favole insegnano altro ai bambini e alle bambine per bene.

Fino a quando insegneremo ai nostri figli delle favole sbagliate e li educheremo a dei ruoli sbagliati?


Alveare 2017

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Alveare 2018

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