Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare: "Il Pronto Soccorso". La rubrica di Rino Negrogno

Diceva Eduardo: “Una sola campana suona solo per i morti e io sono vivo”. Solo così un giornalista fa informazione altrimenti il suo giornale è come un post su Facebook: personale e inutile e, soprattutto, non fa informazione

Attualità
Trani lunedì 08 gennaio 2018
di Rino Negrogno
Ospedale di Trani
Ospedale di Trani © n.c.

Qualche giorno fa mi sono recato, durante il mio turno di servizio al 118, a Barletta per soccorrere un signore che aveva perduto coscienza per strada. Giunti sul posto vi erano già, intorno al malcapitato, una ventina di persone molto agitate, quando siamo scesi dall’ambulanza ci hanno attaccato con ingiurie, minacce di morte e uno di loro ha cercato di aggredirci perché ritenevano che avevamo impiegato un’ora per raggiungerli. Tutto questo facendoci perdere altro tempo prezioso. Fortunatamente erano presenti i Carabinieri che hanno letteralmente braccato l’energumeno e placato gli altri astanti, permettendoci di avvicinarci all’uomo disteso sul marciapiede. Purtroppo il signore era in arresto cardio circolatorio, situazione gravissima e difficile da risolvere, ma noi ci abbiamo provato per circa cinquanta minuti, massaggiando, ventilando, scaricando con il defibrillatore, iniettando in vena adrenalina eccetera. Dalla telefonata di allerta all’accensione del defibrillatore erano passati solo diciassette minuti, tutto questo è dimostrabile consultando le schede sia telefoniche che del macchinario, non modificabili dagli operatori. Un tempo necessario per percorrere la strada a sirene spiegate e con le auto che, nonostante tutto, non sempre si spostano per lasciarci passare, dalla postazione di Trani al centro di Barletta, fatto che si è reso necessario perché entrambe le ambulanze del servizio 118 di Barletta erano impegnate in altri interventi. Quando abbiamo cercato di spiegare ai presenti che non avevamo impiegato un’ora ma venti minuti e che purtroppo giungevamo da Trani, ci hanno risposto che a loro non importava da dove venissimo, eravamo dei pezzi di merda e dovevamo morire.

Perché vi ho raccontato questo episodio?

Perché ho letto uno pseudo articolo su un giornale locale. Perché è triste, per me che amo il mio lavoro, rischiare di non tornare a casa, non solo per un incidente stradale mentre l’ambulanza corre, ma anche per le mazzate di un parente agitato. Questa incresciosa situazione si verifica purtroppo moltissime volte, soprattutto quando siamo costretti a recarci in altre città.

Un giornalista che pubblica una lettera di accuse nei confronti del Pronto Soccorso di Trani - accuse secondo me infondate perché conosco la professionalità degli operatori dell’emergenza e conosco l’impazienza della gente che a volte pretende di essere ricevuta in ordine di arrivo come si fa dal pizzicagnolo e non in ordine di criticità, conosco anche l’utilizzo spesso improprio che spesso si fa del Pronto soccorso e del 118 chiamandolo o recandocisi per una banale influenza o, peggio ancora, soltanto per evitare code e parcelle presso altri professionisti – non è un bravo giornalista. Anzi non è proprio un giornalista. Sempre secondo me, è un bravo giornalista, che abbia un’etica professionale, chi, quando riceve una notizia o una lettera, si preoccupa di verificarla o, se ciò non è possibile, si alza dal computer, si reca sul luogo e ascolta anche la controparte, chiede delucidazioni, analizza e pubblica entrambe le versioni. Diceva Eduardo: “Una sola campana suona solo per i morti e io sono vivo”. Solo così un giornalista fa informazione altrimenti il suo giornale è come un post su Facebook: personale e inutile e, soprattutto, non fa informazione.

Anche perché pubblicare certe notizie senza verificare, ascoltare, analizzare, spiegare, non fa altro che alimentare quella rabbia ingiustificata del parente agitato che ci attende e che crede siano passate due ore anziché venti minuti. Dopo aver letto quella pseudo notizia penserà: Alloe ie ovaire! E mo le creip d mazzat.

Noi dell’emergenza, sebbene si già successo di essere stati crepati di mazzate, abbiamo già salvato tantissime vite umane e continueremo a farlo, nonostante tutto.


BIO - Alveare - Lavoro per strada, in mezzo alla gente, ascolto il brusio e ho l’impressione di trovarmi in un alveare; salgo e scendo i gradini delle scale, entro ed esco dalle case, dai reparti ospedalieri, delle prigioni e ho l’impressione di entrare e uscire dalle celle esagonali dei favi di un alveare; scorro le notizie e le storie sul mio pc, su e giù e mi ritrovo di nuovo in un alveare di pensieri e avvenimenti; mi fermo un istante e nella mia mente nasce una storia. Lavoro come infermiere nel servizio emergenza urgenza 118 da quattordici anni ma ho la mania della scrittura, della poesia e del racconto e qualcuno è così folle da concedermi lo spazio per farlo, ma, tutto sommato, è meglio incontrarmi in veste di poeta e scrittore. Buona lettura.


Alveare 2017

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1 Il problema etico di Giuseppe Tarantini

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I commenti degli utenti
  • Camillo Boccinacci ha scritto il 09 gennaio 2018 alle 21:52 :

    ma perchè il tuo lavoro non lo fai fare agli altri? fesso.. Rispondi a Camillo Boccinacci