Rino è infermiere e scrittore, ogni volta che si ferma nasce una storia

Alveare: "La visita medica". L'appuntamento con la rubrica di Rino Negrogno

Mi osservano sbigottiti, come se fossi io ad avere atteggiamenti inusitati e non loro che non desiderano altro

Cultura
Trani venerdì 10 novembre 2017
di La Redazione
Scienza e carità di Pablo Picasso
Scienza e carità di Pablo Picasso © n.c.

È increscioso doversi denudare di fronte a un tuo simile senza che egli si ponga parimenti, giacché, se due individui contemporaneamente si privano delle vesti, le intenzioni dovrebbero essere favorevoli per entrambi quand’anche il tragitto per giungere a una conclusione così azzardata potrebbe essere differente. Svestirsi dinnanzi a uno sconosciuto, raramente affabile, non sempre del tutto consapevole e con l’immancabile padronanza cui si fregia tra i ghirigori della pergamena in bella mostra alle sue spalle, lasciarsi palpare l’addome globoso dalle mani morbide e dover trattenere lo spasmo infantile provocato dal solletico, sopportare il gelido fluttuare della membrana dello stetoscopio che gli rivela i refoli più reconditi, mentre scruta il vuoto della sua perplessità; è di una violenza inaudita, oltre a essere incomprensibile, ingiustificato.

Non comprendo come possa esserci tutta questa gente in coda, in attesa di essere visitata; hanno i volti sommessi, alcuni parlottano tra di loro del più e del meno come se non fossero per nulla impensieriti da quel che gli aspetta, non sono coinvolti dai loro mali come invece dovrebbero. Quei due energumeni, incomprensibilmente, altercano con impeto su chi debba entrare prima per farsi visitare, come se dietro l’arcana porta vi fosse una sinuosa fanciulla ad attenderli smaniosa; nei loro panni cederei volentieri il mio turno, anzi: «gentili signori, visto che ci siamo e prima che vi alteriate invano, vi invito fin d’ora a entrare prima di me; la prego signora, lei avrà certamente di meglio da fare piuttosto che starsene in questa lugubre sala d’attesa a sfogliare quotidiani che manipolano realtà approssimative, sono certo che la attendano improcrastinabili faccende domestiche, la prego, senza indugio, si accomodi, le cedo volentieri il mio turno, non ho alcuna fretta, quest’oggi non ho nulla di significativo da svolgere».

Mi osservano sbigottiti, come se fossi io ad avere atteggiamenti inusitati e non loro che non desiderano altro, ogni volta che entra un nuovo mutuato, oltre a domandarsi chi sia l’ultimo arrivato e, una volta appurato chi sia, con l’aria cortese, ripetono: «vorrà dire che il mio turno viene dopo il suo». E nella scialba stanza penso a quando non sono io il paziente e sono sentimentalmente distratto.

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